Assisto tiepida ai dibattiti sull'articolo 18: il precariato mi sta rendendo egoista ed insensibile. Non ero così, davvero. Mi specchio negli occhi assonnati dei passanti, nelle facce letargiche degli impiegati che occhieggiano distratti il giornale sul treno: i loro commenti giungono ovattati, a stralci. Capto alcune parole, il tono è velenoso: "statali", "intoccabili", "illicenziabili". Provo una rabbia sorda, che mi logora dentro.
Perché lo stato ogni anno licenzia migliaia di persone, preparate e non, lavoratrici o fannullone, che insegnano con passione o con rassegnazione. Non importa quanto tu possa dare o fare, quante ore di straordinario accumuli, quanto sia disponibile con le famiglie ed i ragazzi anche in orario extrascolare; non importa il tuo grado di preparazione, culturale ed umana; sei un "lavoratore parascolastico", un prof di serie B, un fantasma che appare ogni anno in una scuola diversa, una figura su cui i ragazzi non possono contare nella loro vita scolastica.
Sostengono che con la nuova legge sarà più difficile per le aziende abusare del precariato: e per lo stato? E le migliaia di persone che invecchiano precarie?
Non mi piacciono i libri di Milan Kundera, però mi trovo spesso a citare il titolo di uno di essi: la vita è altrove.
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